Tag: Implantologia

6 Febbraio 2015

Il diabete mellito è stato a lungo ritenuto una controindicazione relativa alla terapia implantologica, ma si tratta di un rapporto complesso in cui molto resta da approfondire. Un gruppo di studiosi coordinato da Thomas W. Oates dell’università del Texas si è incaricato di fare il punto sulle attuali conoscenze sul tema, attraverso una revisione sistematica della letteratura pubblicata su Clinical Oral Implants Research.diabethes
Nel 2008 al mondo ci sono ca. 350 milioni di diabetici; tra le popolazioni benestanti, il problema aumenta e si stima che a uno statunitense su tre verrà diagnosticata questa patologia entro il 2050. Il diabete si associa a patologie orali e alla perdita di elementi dentari e il trattamento implantologico può comportare un complessivo benessere al paziente. Un regime dietetico adeguato è essenziale; numerosi studi hanno fornito solide evidenze dell’associazione tra una scarsa funzionalità masticatoria e carenze di vitamine, minerali, fibre e proteine e si ritiene che il miglioramento della funzionalità orale assicurato dalla terapia implantare abbia in questo un ruolo positivo.«Sulla base della letteratura disponibile fino a questo momento – affermano gli autori – non ci sono dati clinici chiari a sostegno di un aumento dei fallimenti degli impianti nei pazienti che non hanno un buon controllo glicemico e, anzi, gli studi più recenti supportano il ricorso alla terapia implantare in questi soggetti, adottando accorgimenti particolari per far fronte ai ritardi nell’osteointegrazione».Pur nella consapevolezza della limitazione delle nostre conoscenze, si tratta di un cambiamento dell’atteggiamento finora adottato nei confronti delle persone diabetiche, che tiene in maggior considerazione il confronto tra rischi e benefici.

Oates TW, Huynh-Ba G, Vargas A, Alexander P, Feine J. A critical review of diabetes, glycemic control, and dental implant therapy. Clin Oral Implants Res 2013 Feb;24(2):117-27.

6 Febbraio 2015

Attenzione alla parodontite, che si manifesta con frequente sanguinamento gengivale, alitosi e sensazione di “allungamento” di un dente. Il problema è molto frequente. La forma più grave di malattia delle gengive che colpisce l’ancoraggio tra la radice del dente e la mascella e può portare alla perdita dei denti, potrebbe interessare almeno otto milioni di persone in Italia, più o meno l’8-10 per cento della popolazione adulta e un bambino su mille. Eppure esiste il sistema per scoprire precocemente il danno e quindi mettere in atto presto le misure che consentono di salvare un dente e di compromettere meno il portafoglio. Secondo Maurizio Tonetti, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia c’è infatti un test del tutto indolore che permette al medico di capire se i sintomi sono legati ad un’alterazione superficiale e di poco conto delle gengive oppure se invece possono nascondersi situazioni in grado di portare alla perdita di denti. “L’indagine prende il nome di PSR e dà rapidamente ragione della necessità o meno di provvedere ad approfondimenti mirati e a terapie specifiche”, spiega l’esperto. Se una persona risulta negativa al test che mette in guardia sulla presenza di eventuali problemi gengivali profondi deve proseguire con il suo programma di protezione dei denti, che si costruisce attraverso una valida igiene orale, i controlli e la pulizia dei denti ogni sei mesi. Chi invece ha un risultato positivo del test dovrebbe essere studiato con grande attenzione dallo specialista perché a rischio di parodontite anche potenzialmente grave. Ovviamente una volta ottenuti i risultati di questo screening occorre procedere ad esami più mirati, come particolari controlli radiografici che danno informazioni sulla quantità di osso residuo attorno alle radici dei denti.